Lunedì partiamo

Blog collettivo di racconti surreali, assurdi e mentecatti.

Mese: maggio, 2012

Assalto al sole (di Tabagista)

Mai studiare “La dialettica dell’Illuminismo” sotto il sole.

“Ti stai spellando?”
“No papà, ti giuro”.
“Torna in terrazzo a prendere il sole!”
“Ma papà ero lì fino ad un attimo fa, mi gira la testa e ho la schiena ustionata”.
“Fammi vedere!”
“No, non voglio”.
“Allora torna su”.
La figlia si tolse la canottiera. Uno spettacolo orrendo: la pelle lacerata, piena di bolle, una schiena squamata come una bimba vietnamita colpita dal napalm.

La ragazzina si chiamava Adriana e il padre aveva ragione: quella mattina Adriana non era salita in terrazzo. Il padre sapeva sempre quando mentiva, la leggeva fin dentro la pelle.
Il suo corpo trasparente e squamato perdeva scaglie e gocciolava verità.
“Tu stamattina non sei andata a prendere il sole” le disse il padre.
Lei cercò di giustificarsi: “il sole è inafferrabile, non si lascia prendere da me, scivola via.
Mi brucio e basta, non mi abbronzo. Non sono come voi”.

Il padre le diede una leggera pacca sulla schiena e Adriana corse via urlante come una bimba vietnamita. “La mia crema, la mia crema!” urlava.
“Ho buttato tutto, non hai bisogno di questi artifizi. La mia unica figlia non sarà mai bianca e pallida”.

Il padre era un pedagogo illuminista. Era solito salire sul terrazzo per catturare il sole tenendo l’Enciclopedia di Diderot sulla faccia.

La madre e il fratello di Adriana erano perfettamente abbronzati.
Sui loro corpi non c’era una sola traccia bianca, erano neri senza bianche imperfezioni,
senza pallide incertezze e anemici dubbi. Due corpi regolari e abbronzati.
Il contrasto tra il bianco dei denti e l’abbronzatura della pelle era impressionante, era manicheo.
Era come il contrasto tra la terra e il sole, tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

Adriana avrebbe voluto essere come loro per accontentare il padre.
La famiglia si vergognava di lei. La tenevano relegata nella sua camera con l’obbligo di salire in terrazzo quando picchiava il sole.
Adriana invidiava chi teneva il sole in tasca, alcuni ragazzi avevano l’applicazione “Sole” nel telefonino.

La camera di Adriana era spoglia e buia.
L’unico oggetto a cui era legata era una sua foto di quand’era bambina, ancora pallida, intatta e non violata dal sole.
Ora invece com’era? Si guardò allo specchio:
il suo corpo era spellato, si poteva vedere la carne fresca, ma dell’anima nessuna traccia.
Era come una lebbrosa ma senza un profeta che la curasse.

Una sera nella sua camera cominciò a spellarsi.
Si scartava con curiosità e frenesia, come se fosse un regalo di Dio.
Partì dalle braccia e staccò l’uniforme pellicola da tutto il corpo.
Come una pin up dalla torta di compleanno di un vecchio potente uscì una nuova lei.
Una nuova lei bionda, abbronzata e con denti bianchissimi.

Scese giù senza vestiti e svegliò tutti: “Mamma, papà, fratello! Guardate, sono come voi,
come avete sempre voluto!”
La famiglia ancora assonnata la guardò senza stupore.
Solo il padre le parlò, era l’unico che ancora manifestava un certo interesse.
Lui sì che aveva fiducia nel genere umano!
Le disse: “Hai il segno degli occhiali e del costume. Domani vedremo di rimediare.”
“E se facessimo ricorso ad una lampada abbronzante?” disse Adriana.
La madre scosse la testa, il padre per la prima volta la schiaffeggiò:
“Non dire bestialità. Siamo solo noi e il sole. Non siamo come la gente pallida e ricca che pretende di comprarsi il sole.
Il sole non è un’indulgenza in saldo. E il prossimo passo quale sarebbe? Iscriverti ad una scuola privata?”

Adriana si diresse verso la sua camera come un morto verso il plotone.
Stava al buio con una sola candela.
Fece gocciolare la cera bollente sulla sua pelle, come se fosse Chanel.
Pensò: “Mi brucerò viva finchè non sarò cenere, cenere nerissima, così saranno fieri di me”.
Investita da brividi di freddo le venne un’idea:
“Mi costuirò delle ali di cera ed entrerò nel sole!”

Nessuno la vide ma Adriana quella notte volò davvero verso il sole. Urlava i peggiori insulti contro la sfera abbronzante. Rideva e si squagliava insieme alle sue ali di cera.

La mattina seguente il padre si preoccupò non vedendola a colazione.
Tutta la famiglia andò in camera sua, ma Adriana non era lì.
Nel centro della sua stanza c’era un cumulo di cenere.
Era la cenere più bianca di sempre.

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Non facciamone un dramma. (di Syrys)

Al caro Amleto Principe di Danimarca.
Questo è un biglietto di addio. Ho bisogno di prendermi i miei spazi e di capire realmente cosa voglio dalla vita, dato che cosa non voglio ho avuto modo di appurarlo in questi ultimi tempi.
Me ne vado, di certo non in convento, per sottrarmi al desiderio di potere di mio padre e mio fratello che vorrebbero a tutti i costi ci mettessimo insieme ma soprattutto per liberarmi della tua nefasta influenza; il tuo amore è come le sabbie mobili e sono sicura che andando avanti finirei per rimanerci talmente invischiata da soffocare.
Sei noioso, sai? Non ti va mai bene nulla, parli da solo, non mi porti mai a fare una passeggiata, né sotto il sole né al chiaro di luna. Quando vai in giro, rigorosamente di notte come i vampiri, non trovi di meglio da fare che andare a disseppellire il teschio del povero Yorick che, ora posso dirtelo, non ti ha mai potuto soffrire perché eri l’unico di tutta la famiglia che non rideva mai alle sue battute, rendendogli impossibile e odioso anche il sul lavoro. Perfino i tuoi migliori amici Rosencrantz e Guildenstern sono morti di sbadigli l’ultima volta che vi siete visti. Mi han detto che hai cominciato, come al solito, con le tue inutili discussioni astratte e che ad un certo punto hanno addirittura pensato fossi completamente impazzito. Per non parlare di quello che vociferano le guardie, che ti sentono la notte passeggiare sul camminamento delle mura intento in conciliaboli lugubri col fantasma di tuo padre!
In più non posso proprio continuare a sopportare l’attaccamento morboso che hai per tua mamma che, poveraccia, una volta vedova ha commesso l’unico crimine di volersi rifare una vita invece di impersonare la vedova inconsolabile fino a morir d’inedia e depressione.
Non so se ti sei reso conto che non ti va bene nessuno in tutto il castello e che di tutto e tutti sei pronto a dir peste e corna.
Sai? Sono riuscita a sbirciare il finale della nostra storia e devo dire che non mi è piaciuto per niente, quindi ti do un consiglio: cambia registro, fatti una bella passeggiata al sole, vai in vacanza al mare ma smettila con queste stupidaggini tetre e pericolose! Per parte mia non ho nessuna intenzione di affogarmi né per te né per nessun altro, voglio una famiglia dei figli e vivere il più contenta possibile col qualcuno che ami me e non un personaggio irreale.
Forse te lo sarai immaginato leggendo queste righe ma voglio esser sincera fino in fondo con te: ho conosciuto un ragazzo, un italiano, si chiama Mercuzio e abita nel testo accanto al nostro. Anche lui ha letto come finisce la sua storia e non ne è entusiasta quindi mi ha proposto di fuggire insieme a Firenze, lontano dai suoi e dai miei. E’ dolce e spiritoso e con lui mi diverto un mondo, andiamo a spasso per giardini e ci facciamo un sacco di risate. Non so se è davvero l’uomo della mia vita ma per adesso sto meglio con lui che con te e almeno tra noi due non ci sono finali già scritti. Adesso devo proprio scappare prima che mio padre e mio fratello si sveglino, il mio cavaliere mi aspetta a pagina 100.
Un’ultima cosa, voglio che tu sappia che ti ho voluto bene anche se sei insopportabile, per questo ho perso tempo a scriverti.
Ti auguro di cambiare anche il tuo finale e di trovare finalmente un po’ di pace.
Un abbraccio. Ofelia.

A…B…C… (di Demerzelev)

“Allora, cosa volete sapere? Amore, salute, lavoro?”

La lampada gettava un cono preciso di luce sul tavolo in mogano al centro della stanza, sulla quale pesava una sensazione d’irreversibilità come se ci si trovasse all’interno di un’urna. Tutto intorno una penombra da parchetto market di spaccio rendeva le pareti indistinguibili e lontane. Solo l’odore di umido straccio rendeva chiaro che si trattasse di una cantina.

Nessuno dei tre aveva voglia di scherzare. Sapevano tutti il motivo per cui si svolgeva quella seduta. Il medium guardò ad uno ad uno i volti tesi e sciupati degli uomini che sedevano al suo tavolo. Fra le mani teneva una mutandina rosa, sporca di sangue, stracciata. Se la strofinava voluttuosamente fra le dita come ad assaporare una reminiscente consistenza carnosa. Nell’osservare quei tre in evidente difficoltà gli si era aperto un sorriso gelatinoso che mescolava sul suo volto le decine di nei, porri, protuberanze, pustole, cicatrici, cisti ed macchie varie tanto che si sarebbe giurato di vederle muoversi sulla sua pelle scura e lucida come una prugna e ridisporsi in un ordine nuovo, a formare una purulenta maschera di Rorschach sempre diversa.

“Vogliamo sapere cosa dobbiamo fare.” A parlare era l’uomo al centro, il più giovanile, capelli brizzolati alla fibra d’amianto e le sopracciglia folte come il pelo di un ratto.

“Esatto, non siamo mica qui a fare il gioco delle tre carte.” Fece eco l’uomo a sinistra. Era il più vecchio dei tre ma non se ne faceva un problema e sotto un’ampia pelata a uovo che gli lasciava solo un nido di capelli ai lati aveva un volto simile a quello di un gufo perennemente indispettito.

“E noi infatti non faremo il gioco delle tre carte.” Gli rispose calmo il medium.

“Dobbiamo metterci in contatto con uno spirito guida che ci illumini la strada.” Il terzo era quello nuovo, si vedeva dall’impaccio nei movimenti e rigidità nella postura. Con lui il buio era stato decisamente clemente, nascondendo un viso per cui Lon Chaney avrebbe potuto vincere l’Oscar.

“Bene bene, quanta irruenza.” Disse la faccia a minestrone, leccandosi in un baleno il labbro superiore. “Vi vedo molto angustiati.”

“Esatto, quindi cominciamo.” Gli rispose testa di asbesto. “Prima che cambi idea.” Nel guardarsi attorno vide su di un mobile quello che nella semioscurità sembrava il modellino di una villa di montagna. “Questo posto mette i brividi.”

“Abbiate fiducia. E ditemi: chi volete chiamare?”

“Qualcuno che sappia gestire questa ondata di esagitati digitali, i social bloggher, i democratici internettiani!” Fece il bozzetto scartato di Frankenstein.

“Si ma chi?”

“Il primo di tutti: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella.” Precisò il rapace notturno con una soddisfazione di un metal nerd che enumera tutti gli album degli Black Sabbath.

“Va bene, si può fare.” La dadolata di nei mise le mutandine da parte, a malincuore.

“Allora cosa stiamo aspettando?” Asbesto era impaziente.

“Siamo pronti: prendiamoci tutti per mano, chiudete gli occhi, cominciamo la sintonizzazione.”

Cosa sia passato di lurido da quelle mani negli anni è impossibile descriverlo tutto in un racconto da leggere al computer come questo, per il bene dei vostri occhi e della vostra vita sociale. Posso solo dire che in quel momento, in quella stanza, quei quattro stavano facendo fluire attraverso i loro corpi una fortissima energia massmedianica, roba che se il medium non fosse stato esperto e già masturbato avrebbero potuto anche prendere dal satellite i canali snuff criptati.

Sul tavolo era stato aperto un abbecedario con sopra una miniatura del Duomo di Milano, lo spirito avrebbe comunicato coi vivi muovendola sulle lettere con la forza della sua energia telecinetica. Per semplificarvi la lettura, laddove è possibile, scriverò la frase direttamente come è stata composta.

La statuetta mosse i suoi primi passi: “Chi mi cerca?”

“Siamo noi, Conte, a cercarti, tuoi umili servi.” Dei quattro da questo momento in poi sarà solo il medium a parlare, gli altri dopo aver riaperto gli occhi ascolteranno in silenzio per non confondere il nume e rischiare di interrompere il contatto.

“Ah sei tu? Cosa vuoi ancora? Non ti è bastato il cadavere di quel bambino che ti ho fatto scoprire ieri?” La miniatura del Duomo schizzava da una parte all’altra come fosse un’anguilla a possederla.

“Ehm, non so di cosa parla.” I tre puntarono gli occhi sul medium, i cui nei per l’emozione si erano disposti a forma di goccialona di sudore sulla tempia. In realtà il loro sguardo non era di stupore, quanto d’impazienza. Lui se ne accorse e un poco sollevato riprese a parlare.

“Scusate, Conte, se le faccio questa domanda impertinente, ma capirà che in queste cose è meglio essere chiari: lei è lo spirito di Camillo Benso, vero?”

“Certo che no, sono quello di Giulio Andreotti.” Il souvenir questa volta si era mosso quasi a rallenty per dare pathos alla rivelazione. La catena energetica per poco non si spezzò in un balzo.

“Presidente ma ho parlato con lei ieri sera al telefono lei non può…” Mentre pronunciava queste parole il medium collegò. “Ma lei… allora… è morto?”

“Ma no! Solo i vivi possono morire. Io esisto e questo è un fatto fuori dal tempo e dallo spazio. Ovunque e per sempre. Può morire il mio involucro, certo, e mi spiacerebbe: così umile, così sicuro, così inviolabile. Ma questo non vuol dire che io smetterei di esistere. Ora, per favore, ditemi cosa volete che ho una partita a gin in rete fra dieci minuti.”

I presenti, quelli in carne e ossa, erano sconvolti dalle parole composte dalla statuetta tarantolata, l’unica a sembrare viva in quella stanza. Ma rimanevano ancora ansiosi di ricevere indicazioni.

“Ecco, vedi questi nostri fratelli qui? Sono pieni di angosce per il loro futuro politico e sono venuti qui per avere consigli sul da fare in un momento così difficile. Puoi, nella tua magnanimità, aiutarli, o divino Giulio?” Quell’enigma dermatologico aveva tanti difetti, ma come latore sapeva essere stucchevolmente sdolcinato.

“Certo, conosco bene questi problemi, ho passato anche io momenti del genere.” Una certa distensione si sciolse nella stanza e nel cerchio umano.

“Prestate quindi bene attenzione a quello che adesso vi dirò perché non mi ripeterò, ma se fate come vi dico non avrete più di che preoccuparvi.” Allora i quattro uomini, sempre mantenendo saldo il legame psichico, si avvicinarono, fino a quasi toccarla, alla strisciante miniatura della cattedrale wireless. Queste furono le lettere su cui si posò, lentamente, come fossero i passi di una tenera milonga inudibile:

B…

A…

C…

I…

A…

T…

E…

M…

I…

I…

L…

C…

U…

L…

O…

!

La presenza poi si dissolse, lasciando dietro di sè solo un peto di zolfo e il ricordo immobile. In silenzio la catena si era spezzata, gli uomini presero ognuno per sè a meditare su quelle parole, tornando a fissare con lo sguardo l’abbecedario. Adesso era il medium ad apparire nervoso e dopo aver preso dal mobile il modellino della casa di montagna se lo mise sulle gambe ad accarezzarlo come un gatto antistress. Dopo qualche istante il giovane fantasma dell’opera uscì dal torpore, cercò i suoi sodali con gli occhi e disse “Beh! Si può fare.” Accompagnando la sentenza allargando le mani in un gesto che significa accettazione di qualunque tiro mancino ti abbia combinato il destino. Gli altri si affrettarono a concordare, segno che le loro valutazioni avevano portato alla stessa conclusione. La seduta quindi era finita e i tre si potevano alzare parlottando soddisfatti. Il medium invece stava sudando nervosamente e nessuno di loro seppe dire se era il lamento di un gatto o di un bambino quello che si sentì all’improvviso provenire dall’interno del tetro modellino appollaiato.

Amniotico (di Demerzelev)

L’imperatore si svegliò e per alzarsi dal suo giaciglio al liquido amniotico chiese una mano al direttore generale della banca centrale, il quale dopo aver offerto solidarietà al monarca si prese la soddisfazione di annusarsi le dita. Odore di regalità.

L’imperatore sapeva di essere lì per un motivo ben preciso: era il più conveniente sulla piazza. Non aveva tante pretese e non costava troppo, permetteva discreti profitti e accordava puntuali privilegi. Il direttore generale della banca centrale aveva scelto bene il suo investimento, come sempre.

La mattina continuava con la visita del Supervescovo. Dopo lunghe prosternazioni che lo facevano assomigliare più a un mendicante sugli scalini che al capo della chiesa, prese a svelare le sue richieste economiche. Le manipolazioni mentali di cui erano capaci quelle mani solo all’apparenza rachitiche rendevano ogni suo disagio una priorità dell’impero.

Si avvicinò a quel gruppo anche il Giudice Supremo. Uomo di poche parole, schivo, la mano lesta della legge. Il suo compito era quello di far applicare le regole ingiuste, le leggi illegali, gli accordi falsi, i contratti criminali. Svolgeva il suo compito con precisione e professionalità. Era un duro, un vero diritto.

Nel frattempo era giunta l’imperatrice e all’imperatore seduto sul trono di carta igenica aveva cominciato a praticare la quotidiana masturbazione e fellazio. La sua influenza sulla politica dell’impero era così garantita a livello venereo. Il resto del giorno si dedicava ad ogni tipo di capriccio. Come quota rosa era pragmatica.

Annunciati si presentarono anche i Generali dell’Esercito, quello Interno e quello Esterno. Erano due gemelli, due linfociti identici differenti solo per le mansioni a cui erano stati affidati, sui quali i peggiori scienziati politici avevano accanito i loro studi, riportando svariate ferite e ossa rotte. Diceria vuole che di tanto in tanto si scambiassero segretamente i ruoli, ma nessuno è mai arrivato vivo a dimostrarlo.

Infine, quando la stanza regale era ormai quasi giunta al colmo, arrivò il Redatore dell’Informazione. Era lui spesso l’anima della festa. Presenza in 3d, pensiero veloce, voce dolby surround, stavolta il suo gioco prevedeva un ospite. Lo presentò, gli altri ne furono stupiti e divertiti.

Un uomo di popolo, ovvero una persona senza particolare potere, senza particolari agganci, senza particolari link nella ricerca del suo nome, un uomo anonimo minimo comune denominatore. Un uomo rabbioso e spaventato.

Il primo a spingerlo fu proprio il Redatore dell’Informazione, che lo passò al Generale dell’Interno, il quale lo diede al Generale dell’Esterno con un’altro spintone, sempre più forte. Sembrava un’azione del Barcellona in contropiede, e a ogni spinta l’uomo popolo perdeva l’equilibrio e sarebbe caduto a terra se non fosse arrivata puntuale un’altra spinta. Si passò al Supervescovo, che come la pallina di un flipper lo fece rimbalzare verso il Direttore Generale della Banca Centrale. Ancora, come una palla bianca in mezzo alle sponde di un biliardo venne spinto verso la Quota Rosa e da lei finì davanti al Sovrano.

“E’ stato lui!” Disse il Redatore “E’ stato lui!” gli corrisposero in coro i Generali “E’ stato lui!” via via tutti i gerarchi presenti chiamavano in causa il Sovrano in quel perverso gioco della responsabilità. “Schiaffio! Schiaffo!” i cori proseguivano incalzanti. Il Sovrano, nudo, e l’uomo popolo frastornato, stavano l’uno davanti all’altro. Due mani si alzarono, ma solo una guancia schioccò. Il lento sovrano accusò il colpo, la platea scoppiò a ridere.

L’uomo popolo che in realtà si chiama Ugo tornò a casa dove lo aspettava una donna popolo, che in realtà si chiamava Pina. Quando lo vide sulla porta lei scoppiò in lacrime. “Ho dato uno schiaffo al regime.” Disse lui, atterrito. Le ferite e i lividi gli gonfiavano il corpo. Morì la notte stessa, per quella che i medici chiamarono una terribile influenza.