Lunedì partiamo

Blog collettivo di racconti surreali, assurdi e mentecatti.

Mese: aprile, 2012

Evasione (di Tabagista)

Uno scarafaggio è in una cella di un carcere italiano.
Si trova lì da quattro mesi in attesa del processo, non sa neanche di cosa è accusato.
E la cosa ironica è che non ha mai letto Kafka.

Nell’istituto penitenziario “Dei delitti e delle pene” stanno perquisendo il nuovo arrivato.
Una guardia indossa un guanto di lattice e gli ispeziona la cavità anale.
All’interno trova la sua dignità. “Questa deve lasciarla qui, non può portarla dentro”.

Il detenuto viene portato dallo psicologo per il colloquio.
Lo psicologo è chiaro: “Detenuto, la sua cella è troppo piccola, dovrà lasciare qui in infermeria le foto, i libri e il suo es”.

Lo Stato ha appaltato ad una società privata la gestione della mente dei detenuti in isolamento.

-Decimo giorno di isolamento.

Il detenuto percorre il miglio che lo separa dall’infermeria alla cella.
Gli altri detenuti urlano: “uomo vivo che cammina!”
L’uomo vivo entra nella cella. Il ministro ha portato il lenzuolo, una guardia lo annoda a mò di cappio e lo porge al detenuto, il cappellano gli accarezza la fronte, paterno.
Il direttore del carcere posa in terra una pila di scartoffie, il detenuto ci sale su e lega il lenzuolo alle inferriate della finestra.
Senza pensarci troppo sposta con i piedi le scartoffie e rimane sospeso.
Il direttore suda, annaspa, si allenta la cravatta troppo stretta, si affatica a firmare tutte le scartoffie prima del decesso.
Il detenuto non si decide a morire, si sta strozzando ma l’osso del collo non si rompe.
Il medico del carcere è lì, il detenuto lo fissa come se invocasse un suo gesto di clemenza, un’iniezione, un qualcosa che metta fine all’agonia.
Ma il medico non può, è un obiettore di coscienza.
“Non posso intromettermi, la volontà di Dio faccia il suo corso”, il cappellano annuisce.
Dopo quindici minuti di agonia, il detenuto muore.

Il cadavere viene portato in infermeria. “Peccato, qualche minuto prima e l’avremmo potuto salvare” osserva un infermiere. L’infermeria è piena, a molti è stata diagnosticata una grave forma di Fini-Giovanardi.

Il detenuto sente i rumori dei cancelli che si aprono.
Ma non sono quelli del carcere, sono quelli di San Pietro.
Un attore di uno spot gli offre un caffè.
Il detenuto lo assaggia, finge di apprezzare ma pensa: “Solo in carcere lo sanno fare”.
E’ un intermezzo stupido. La ditta appaltatrice dei deliri piazza pure degli spot tra una visione e l’altra.

I familiari potranno vedere il detenuto morto negli orari di colloquio. Ma da dietro una teca, un vetro divisore.

-Trentatreesimo giorno di isolamento.

Il detenuto vede un giudice di una serie tv americana che con il suo martelletto crocefigge Gesù.
“Condannato”. Pilato si lava le mani nella fonte battesimale.
Il pubblico pagante osserva, si indigna, aderisce a gruppi su facebook per salvare il nazareno.
Il loro peccato originale è caduto in prescrizione.
L’uomo più indignato si alza e attacca alla fronte del nazareno un post it con su scritto: “I.N.R.I.”
Aggravante: il detenuto nazareno partecipò alla rivolta del carcere. Testimoni lo videro sbattere il suo santo Graal sulle sbarre svariate volte.
Gesù chiede di parlare, ma si rifiuta di giurare sulla Bibbia. Per farsi due risate e umiliarlo un po’ i giudici lo costringono a giurare sul “Codice da Vinci”.
Al nazareno viene concesso all’istante l’ultimo aperitivo prima della condanna.
Il condannato beve e s’abbuffa senza ritegno. Leonardo da Vinci, il disegnatore del tribunale, dipinge l’ultimo aperitivo.
Ogni dattilografo del tribunale scrive la sua versione dei fatti, ma è la realtà ad essere apocrifa.

Un detenuto musulmano si incazza per questa visione.
La ditta che ha vinto l’appalto dei deliri dei detenuti non rispetta le altre religioni. “Voglio una visione col profeta Mohammed!”
La ditta si scusa, comunica che sta lavorando a dei prodotti anche per quel target di detenuti.

-Ottantaseiesimo giorno di isolamento.

Nella cella sta per iniziare un dibattito sulla questione delle carceri.
Modera lo stesso detetenuto che esordisce:
“Buonasera, stasera grandi ospiti: la muffa sul soffitto, un mister Jingles provinciale che non sa fare nessun giochetto,
il signor Ex Cirielli, un’infermiera molto carina e gentile che vidi il mio primo giorno di galera, una guardia penitenziaria che si tolse la vita due annni fa,
Bill Murray con i capelli bianchi che ride (è l’ultima cosa che ricordo prima dell’overdose), mio figlio che non vedo da quattro anni e un bravo avvocato che non posso permettermi”.
Parte una pubblicità di lacci di scarpe, lamette da barba e telefonini, tutte cose che il detenuto non può avere in cella.
“Dalla regia ci informano che mio figlio non può essere con noi stasera, la madre non ha acconsentito”.
Inizia il dibattito. La muffa sul soffitto è eloquente, il signor Ex Cirielli non esiste, non è neanche un nome, l’infermiera non è mai esistita, il cachet di Bill Murray è troppo alto e questa sceneggiatura è troppo modesta per lui.
Dall’inizio dell’anno ci sono stati 17 suicidi in carcere.
La guardia morta suicida non c’è, sta assistendo al plotone di suicidi. Ventinove detenuti cadono uno dopo l’altro, come un domino.
La guardia si porta il lavoro a casa, prepara il cappio, sale sul libro “Dei delitti e delle pene” di Beccaria, calcia il libro e chiude il domino.
Uccidersi a casa è gentile nei confronti dei colleghi. Il problema non è più del penitenziario, niente scartoffie.
“Il bravo avvocato che non posso permettermi” ovviamente non può essere presente al dibattito, al posto suo però c’è l’avvocato d’ufficio, ma è muto.
Intanto il mister Jingles provinciale e senza talento è immobile, guarda il detenuto, sembra dirgli “cosa ti aspetti da me, dei numeri da circo? Confidi più in me che nel tuo avvocato.”
Detto questo, il topo senza talento rosicchia un pezzo di muro.

-Modeste proposte.

Il carcere è sovraffollato. Sembra un tetris umano. Ogni tanto qualche mattoncino del tetris scompare perché ha finito di scontare la pena, o perché è morto.
Quando succede il carcere guadagna punti e si torna a respirare.
E’ un sistema che si autoregola.
Non è mai successo che i corpi del tetris arrivassero fino in cima, il gioco non può finire.

Nel caso è previsto un Piano b contro il sovraffollamento: i detenuti saranno trasferiti fuori dalle carceri, i cittadini rispettabili si rifugeranno nei penitenziari.
Da sempre i cittadini rinunciano a un po’ di libertà per più sicurezza. Stavolta si tratterebbe di rinunciare assolutamente alla libertà, per un’assoluta sicurezza. Chi terrà una cattiva condotta all’interno del carcere sarà punito con l’ora d’aria.

-Reinserimento.

Una cella si apre, il detenuto non riesce neanche ad aprire gli occhi, sente solo:
“Detenuto, l’isolamento è finito, può uscire”.

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L’arrosto di mamma (di Martina Di Renzo)

Un sentore l’aveva avuto, a dire la verità, e non era l’assenza di romanticherie, fiori, smancerie durante il loro troppo breve fidanzamento, non era il leggere sempre il giornale a tavola, il non mangiare quello che cucinava lei perché non gli piaceva, il dimenticarsi già di tutti gli anniversari e compleanni, il passare le domeniche con i postumi di sbornia eccetera, non era quello perché alla fine di tutto si era troppro presi tra lavoro e la casa nuova da sistemare, ci si vedeva poco e la vita era frenetica, no, non era neanche quello, le cose miglioreranno si diceva, non appena troviamo casa e facciamo famiglia. No, non era quello. Era quella frase buttata lì dopo qualche settimana dal matrimonio, quelle nozze stressanti in cui avevano dovuto far contenti tutti e quelle foto in cui non sorridevano mai, neanche quello, no, era stata quella volta in cui all’improvviso lui se ne uscì con il famoso (anzi, famigerato) mia madre non ha mai contraddetto mio padre, mai una volta. Solo perché lei aveva detto che quell’automobile non era poi così male, a lui non piaceva e la trovava difficile da guidare, ma lei l’aveva provata e l’aveva trovata comoda, gliel’aveva detto e lui non contraddirmi così, mia madre non l’ha mai fatto con mio padre.
Ecco un po’ si era sentita a disagio ma che fare, si erano appena sposati, forse lui si doveva abituare a lei. Ecco, abituare. Lei era un po’ diversa da sua madre, più piccola, sottile e fragile mentre la suocera era quel donnone, sembrava un po’ una giumenca e uno se la sarebbe aspettata forte ma invece era così remissiva. Non contraddiceva mai nessuno. Non aveva le sue opinioni, che erano irrilevanti.
Poi arrivò la questione della cucina. Ecco lei ci teneva al cibo sano e alla cucina del paese da cui proveniva ma a lui non piaceva, diceva, perché non impari a fare l’arrosto di agnello come mia madre? perché non friggi niente, perché non usi burro? e lei che voleva compiacerlo ci provò a cimentarsi in quella cucina aliena, innaturale, che proprio non le piaceva. Ma qualcuno doveva cedere, no?
Si accorse a poco a poco, soprattutto dopo che arrivarono i bambini, che a lui non stava bene che lei si occupasse totalmente di quei due figli che non avevano nessun altro. Anche lui voleva essere accudito. Si vergognava della sua fragilità, fisica e mentale. Si vegonava di dirgli che era stanca e in casa non ci voleva stare, che voleva lavorare.
Perché non cerchi un po’ di essere come mia madre?
La paura di non compiacerlo, di non essere in grado abbastanza. E lo accontentò.
Lui si sistemò nella bella camera da letto di sopra e lei, la nuova madre, nella brandina al piano di sotto, con i bambini. Non si divide un talamo di sensualità con la madre, vero? Smise di esistere. Diventò invisibile. Perché non hai pulito questa stanza oggi? Perché ho risposto all’inserzione di lavoro, perché stavo leggendo… Non perdere tempo con il lavoro, mia madre non lavorava, non c’è nessun altro qui che può aiutarti, pulisci piustosto e impara a fare quell’arrosto.
Forse forse… se avesse cercato di assomigliare a sua madre anche fisicamente lui l’avrebbe notata. L’avrebbe rispettata. Era piccola, fragile, allora mise su peso, tanto peso. Ecco, guarda, sto diventando una giumenca anch’io…
Guarda come ti sei ridotta e quella fu l’unica volta che la notò perché lei da sola non si notava, non si guardava allo specchio perché la sua immagine riflessa le faceva orrore, perché non era lei quell’estranea dai vestiti dimessi e logori sul corpo informe, dalle occhiaie sul volto gonfio, dai capelli trascurati. Eppure voleva essere come quella madre. Voleva essere la madre. Forse l’avrebbe amata. Certo non come un’amante, la madre non è un’amante. Ma qualsiasi tipo di amore sarebbe andato bene.
Era l’arrosto. Ecco, era colpa sua come al solito, non aveva imparato a fare l’arrosto a dovere. Ecco perché lui non la notava, ecco perché nonostante la mole era diventata trasparente. Beh, lo era sempre stata. Anche i figli erano trasparenti. Perché papà non gioca mai con noi? Perché è impegnato. Perché lavora. Perché quando torna dal lavoro è stanco e vuole leggere il giornale.
Magari con l’arrosto… e ci si mise di buzzo buono. Sperimentò, un’intero gregge di agnelli ne pagò le conseguenze. Lui assaggiava distratto, da dietro il giornale. La salsa non è buona. E le patate… non hanno la consistenza giusta. Mia madre le fa meglio.
E allora migliorò la salsa. Con quell’ingrediente speciale. Lui non se ne accorse, giorno dopo giorno assaggiava i tentativi e le diceva che sì, finalmente cominciava un po’ a cucinare come sua madre.
Si compiacque. Aspettava che l’arsenico che aggiungeva alla ricetta a piccole dosi incrementali cominciasse a fare effetto. Certo che si era data da fare per trovare quell’ingrediente speciale, e lui che pensava che passasse tutto quel tempo su Internet a cercare nuove ricette.
Di lì a poco la trasformazione sarebbe stata perfetta. E mentre da dietro il giornale gustava l’arrosto e le patate lei pensava che, ogni giorno di più, lui assomigliava sempre di più al suocero.

Quarta parete (di Syrys)

“Pronto? Oh, ciao. No, non disturbi, sono a teatro… Sì, lo spettacolo non è male…”
Un’attrice in quel momento declamava il proprio monologo, istintivamente si girò, guardò la signora in terza fila, prese un mattone dalla quarta parete e la centrò in pieno lasciandola attonita e ammaccata ma finalmente muta.

Snoopy al parco (di Tabagista)

Maurizio dormiva beato sulla solita panchina.
Un vecchio lercio e barbuto gli si avvicinò e cominciò a leccargli la faccia.
Maurizio aprì gli occhi come una bella addormentata baciata dal principe azzurro, ebbe un sussulto e cadde dalla panchina.
Si ricordò di trovarsi in un parco, non si era ancora abituato, ad ogni risveglio un rinnovato stupore.
Si accorse di essere senza scarpe.
Il vecchio era fuggito via con il sonno, il sapore e le scarpe di Maurizio.
Maurizio aveva una trentina d’anni e nonostante vestiti logori, barba e capelli lunghi conservava un aspetto borghesemente passabile.
C’era gente che per avere un look finto trasandato come quello rimaneva ore in bagno ad arruffarsi i capelli e a provare delle smorfie.
Maurizio era solito girare con un telecomando senza pile salvato da un cassonetto e divertirsi a regolare la temperatura di casa puntandolo al cielo.
Il parco era enorme e densamente abitato. Sotto ogni panchina c’era uno zerbino con una scritta simpatica e una chiave nascosta sotto un vaso.
Intanto l’altra vegetazione ricopriva il parco libera e selvaggia senza essere costretta dentro vasi.
Persone trasandate con la barba lunga reggevano disperati fogli di cartone che recitavano:
“Vi prego, se serve aiuto non esitate a chiedere. Vi prego, per qualunque cosa sono qui”.
Erano le undici del mattino, gli abitanti delle panchine dormivano ancora, anche perchè era domenica mattina.
Aveva la schiena a pezzi, non si era ancora abituato a dormire sulle panchine.
Faceva freddo, lo spettacolo floreale del parco lo consolava, ma non abbastanza. Come se tutti i condannati a morte venissero giustiziati in una stupenda isola caraibica.
Gli indigeni che ti danno il benvenuto mettendoti al collo mortuarie corone di fiori.
Cocktail sulla spiaggia con siringhe dell’iniezione letale come ombrellini.
Plotoni d’esecuzione che ti sventolano sulla faccia fucili come palme.
No, stava esagerando la natura era rigogliosa, gli alberi in fiore, stava bene.

Da qualche settimana non vedeva Marinella.
Marinella aveva gli occhi di un piccione malato, conoscerla era stato come trovare un inatteso tesoro, metà pizza, o un fiore, dentro un cassonetto.
Ci si perdeva tra la natura rigogliosa dei suoi peli pubici.
Ci si perdeva come nel labirinto di siepi di Shining.
L’ultima notte avevano dormito insieme abbracciati sulla panchina per difendersi dal freddo e dai ladri di scarpe.
Quella notte chiusero gli occhi insieme sussurrando Piazza Grande: “A modo mio, avrei bisogno di carezze anch’io”.
Dormirono insieme senza fare l’amore.
Era una cara ragazza.
Il beagle di Marinella stava sdraiato in equilibrio su una cuccia di cartone, proprio come Snoopy.
Giaceva  morto in quella posizione da qualche giorno. Cominciava a puzzare.

Con tutto il rispetto per Marinella e per l’amore in generale adesso provava sensazioni più intense e ugualmente primitive: aveva fame e soprattutto sentiva molto freddo.
Maurizio fece qualche metro ed entrò in casa.
Indossò le pantofole pelose, la vestaglia con le iniziali del padre e corse diritto in cucina dove lo aspettava una tavola imbandita per la prima colazione. Con la bocca piena,  sputacchiando pezzi di croissant farfugliò:
“Damiano, ho detto ai barboni del parco di spaventarmi, ma senza toccarmi.
Uno è uscito di testa e mi ha leccato la faccia. Esigo che lo redarguisca”.
“Sarà fatto, signorino”, rispose il maggiordomo.

Maurizio prese una scala, salì sul tetto della sua villa e si stese a pancia in su, proprio come Snoopy.
Con gli occhi chiusi per la vergogna bisbigliò: “Il cielo stellato sopra di me, la noia dentro di me” e rise con disperazione.