Lunedì partiamo

Blog collettivo di racconti surreali, assurdi e mentecatti.

Maestri! (di Zazie)

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Maestri,insegnate ai vostri alunni l’uso della punteggiatura. Io che quella volta mi son persa la lezione, ora metto i punti, e le virgole, e i punti e virgola, così, come capita, li lancio nel discorso come semi di grano nel campo, dove cadono cadono, pazienza; e lo so, lo so! che non va bene avere questa insicurezza ma tant’è! e so anche che non sono sola, là fuori. Cosa credete?
Maestri! Insegnate ai vostri alunni l’uso della punteggiatura, è importante sapere, pensate a me, che io tutte le volte che scrivo qualcosa mi vedo di fronte un mucchione di punti e virgole e punti esclamativi e punti di domanda e due punti, tutti quanti lì mischiati e accavallati e invischiati senza pudore uno sull’altro a fare un mucchione di punteggiatura, che sembra una montagna di fieno di segni, e io, poi, piuttosto che impazzire a destinare a ognuno il suo posto nel discorso che ho scritto, piuttosto mi immagino di tuffarmici dentro, a questo mucchione di paglia, e di nuotare, di immergermi dentro, fino in fondo, e nuota e nuota giù giù giù a cercare il punto della situazione, e invece credetemi,è peggio che cercare l’ago, perché quei segnetti, Maestri, non sembra ma il mucchione di paglia di segnetti è poco morbido, date retta, anzi, direi che è spigoloso un bel po’, altro che l’ago.

Maestri! Insegnate la punteggiatura ai vostri alunni, pensate a me, dite quanto è importante, raccontate loro la storia di Martin, che per un punto perse la capa! La punteggiatura può essere questione di vita e di morte!
Maestri! Dopo avergli insegnato la punteggiatura, mi raccomando le doppie.

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Un pezzo di Lucowski senza titolo tratto dal suo blog:
nonciprovare.iobloggo.com

spingi la pianta dei piedi contro il suolo e correggi la tua immagine di te stesso:
sei puntato contemporaneamente in due direzioni opposte
cerchi un centro che ti respinge, respingi un centro che ti cerca
sei appeso alla terra scimmiescamente, non meno capovolto che vittima di un’entelechia e
non è concesso a nessuno il ristoro della stasi perché tutto questo è costrizione a gravitare
movimento senza sosta di tutto ciò che è immobile e sei
la sbalordita figura che distorce la realtà figurando ferma se stessa
non ci siamo divertiti abbastanza?
in tutto questo disordine non c’è una certa gloria? non è bello immaginare
il termine della vibrazione sottesa al dinamismo,
ciò che non avrà luogo?

-quello che ti sta succedendo è che hai un’idea in testa e non riesci a parlarne, come al solito.
-moishe pipik saprebbe dirlo, saprebbe darsi allo sproloquio.
-c’era una ragazza ebrea nella stanza del ragazzo gentile.
-ricordo che lei gli leggeva cioran ad alta voce.
-lui non era mai stato a praga, non ricordava l’anno dei fatti d’ungheria.
-aveva bene a mente l’anno di uscita del gargantua, tuttavia.
-tuttavia non sapeva che farsene, mentre la ragazza ebrea metteva ordine nel linguaggio acconciandogli il mondo per permettergli di sentire che aveva la testa in alto e il corpicino verticale.
-la mia necessità di concepire un ordine spaziale spesso è tutto quello che ho.
-ma è falso, se ci pensi bene, se ci pensi sul serio.
-pensare che si possa pensare sul serio non è un po’ come illudersi di poter distinguere il sopra e il sotto del pianeta terra?
-in australia tengono le cartine capovolte, in realtà siamo noi ad aver capovolto i loro planisferi.
-non direi. alla fine dei conti la cartografia l’hanno imparata da noi. quindi possiamo a buon diritto rivendicare la primogenitura prospettica, il nostro punto, il cuore del disagio di non potersi stabilmente collocare in ogni cosmo post-tolemaico, il riverbero d’angoscia che emana dalle nostre anime in divorzio che nascono sposate all’assoluto e sono poi per tutta la vita costrette a congiungersi con la vicissitudinaria strana vicenda della forma in costante divenire.
-tutto ci ribolle attorno e si congela, mentre portiamo dentro la sensazione fantasma di un tepore costante che non abbiamo mai conosciuto.
-tempera, o signore, la mia ossuta fornace. restituiscimi allo splendore imperituro del luogo geometrico.
-sciogli l’intreccio o concedimi un amico narratore.
-ma è falso, se ci pensi bene. se ci pensi sul serio. questa tua spaventata ambizione, questo musicare la vita intangibile, questo irrorare l’esattezza di analogia e ammantare di intagibilità ciò che mai smette di toccarti…
-quello a cui appartieni e in cui non ti riconosci, ciò in cui ti riconosci e che ti possiede, quello che ti possiede e a cui non ambivi, questo e quest’altro e la denegazione che non nega mai davvero.
-avremmo pudore a cancellare il segno che calvino ha lasciato nello spazio?
-lui ne avrebbe?
-attraversava le strade scartando di lato, facendo diagonali dove gli altri non vedevano che parallele.
-e con questo? non gettava il corpo nella lotta. non è mai stato davvero dilaniato dalla geometria. a che pro constatare l’esistenza armati di righello e compasso, se si finge poi di poterne uscire puliti?
-tutto questo non lo puoi sapere.
-so cosa lui vorrebbe io credessi di sapere.
-la sua necessita di concepire un ordine spaziale, magari, a volte, era tutto quello che gli restava.
-pensa a te stesso, senti te stesso. pianta i piedi sul pavimento e spingi verso il basso. sentirai la terra infuocata al suo centro restituirti la spinta senza moltiplicarla, sentirai la tremenda sguaiata innocenza di tutto questo e saprai di essere una macchina elaboratrice di semplificazioni indecenti.
-universi, campi mentali e relazioni magnetiche, amori caduchi tra gli elettroni, ambizioni metafisiche e discernimento…
-separa, ama e conquista alla tua mente ciò a cui il corpo non può ambire.
-sono una pallina da flipper che danza nella scia di sfere più grandi, minacciose, entusiasmo delle galassie, cosmogonie di tutti i giorni per la salute pubblica, su larga scala. se ci fosse qualcosa a cui il corpo non può ambire, il corpo non avrebbe prodotto da sé la mente che gli appartiene.
-è un artefatto della ragione, la ragione è un artefatto.
-non è il caso di disprezzare…
-il raziocinio. lo so. l’avete tirata in lungo e in largo per cinque millenni, con il vostro raziocinio. e dove vi ha portato?
-non cominciare con la storia delle camere a gas non mi nominare il tibet non guardare fuori dalla finestra mentre scrivi non sei mai stato in comunicazione reale con nessun altro mondo guarda questa scimmia eludi senza evadere, prova a essere presente a te stesso ed esegui il tracciato del tuo falso movimento nel falso movimento del disegno che ti contiene e non sai di che si tratta, nessuno ha mai saputo di che si tratta nessuno ha mai saputo di cosa si tratta nessuno conosce la distinzione tra teoresi ed ecolalia fanno solo tutti finta questa dissoluzione questo abnorme estendersi dell’uso di deittici che non hanno un referente….
-prendimi quel libro.
-questo cartesio? sempre questo cartesio? tracciare e disquisire, sempre tracciare e disquisire. non ne posso più. tieni questo cazzo di libro e non mettermelo mai più sotto gli occhi. prendi il libro.
-mi pare che un referente ci sia. come la mettiamo? il libro me lo hai dato!
-il mio problema di posizionamento si articola su piani leggermente superiori, non ti pare?
-dove eri tu mentre quello ai piani leggermente superiori separava l’acqua dalle nuvole e delle nuvole faceva di nuovo acqua?
-dove era lui, vorrai dire!
-no, no. dove eri tu, minuscola capocchia di spillo su cui non balla nessun angelo! dove eri tu?
-stavo scrivendo la bibbia, io.

Assalto al sole (di Tabagista)

Mai studiare “La dialettica dell’Illuminismo” sotto il sole.

“Ti stai spellando?”
“No papà, ti giuro”.
“Torna in terrazzo a prendere il sole!”
“Ma papà ero lì fino ad un attimo fa, mi gira la testa e ho la schiena ustionata”.
“Fammi vedere!”
“No, non voglio”.
“Allora torna su”.
La figlia si tolse la canottiera. Uno spettacolo orrendo: la pelle lacerata, piena di bolle, una schiena squamata come una bimba vietnamita colpita dal napalm.

La ragazzina si chiamava Adriana e il padre aveva ragione: quella mattina Adriana non era salita in terrazzo. Il padre sapeva sempre quando mentiva, la leggeva fin dentro la pelle.
Il suo corpo trasparente e squamato perdeva scaglie e gocciolava verità.
“Tu stamattina non sei andata a prendere il sole” le disse il padre.
Lei cercò di giustificarsi: “il sole è inafferrabile, non si lascia prendere da me, scivola via.
Mi brucio e basta, non mi abbronzo. Non sono come voi”.

Il padre le diede una leggera pacca sulla schiena e Adriana corse via urlante come una bimba vietnamita. “La mia crema, la mia crema!” urlava.
“Ho buttato tutto, non hai bisogno di questi artifizi. La mia unica figlia non sarà mai bianca e pallida”.

Il padre era un pedagogo illuminista. Era solito salire sul terrazzo per catturare il sole tenendo l’Enciclopedia di Diderot sulla faccia.

La madre e il fratello di Adriana erano perfettamente abbronzati.
Sui loro corpi non c’era una sola traccia bianca, erano neri senza bianche imperfezioni,
senza pallide incertezze e anemici dubbi. Due corpi regolari e abbronzati.
Il contrasto tra il bianco dei denti e l’abbronzatura della pelle era impressionante, era manicheo.
Era come il contrasto tra la terra e il sole, tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

Adriana avrebbe voluto essere come loro per accontentare il padre.
La famiglia si vergognava di lei. La tenevano relegata nella sua camera con l’obbligo di salire in terrazzo quando picchiava il sole.
Adriana invidiava chi teneva il sole in tasca, alcuni ragazzi avevano l’applicazione “Sole” nel telefonino.

La camera di Adriana era spoglia e buia.
L’unico oggetto a cui era legata era una sua foto di quand’era bambina, ancora pallida, intatta e non violata dal sole.
Ora invece com’era? Si guardò allo specchio:
il suo corpo era spellato, si poteva vedere la carne fresca, ma dell’anima nessuna traccia.
Era come una lebbrosa ma senza un profeta che la curasse.

Una sera nella sua camera cominciò a spellarsi.
Si scartava con curiosità e frenesia, come se fosse un regalo di Dio.
Partì dalle braccia e staccò l’uniforme pellicola da tutto il corpo.
Come una pin up dalla torta di compleanno di un vecchio potente uscì una nuova lei.
Una nuova lei bionda, abbronzata e con denti bianchissimi.

Scese giù senza vestiti e svegliò tutti: “Mamma, papà, fratello! Guardate, sono come voi,
come avete sempre voluto!”
La famiglia ancora assonnata la guardò senza stupore.
Solo il padre le parlò, era l’unico che ancora manifestava un certo interesse.
Lui sì che aveva fiducia nel genere umano!
Le disse: “Hai il segno degli occhiali e del costume. Domani vedremo di rimediare.”
“E se facessimo ricorso ad una lampada abbronzante?” disse Adriana.
La madre scosse la testa, il padre per la prima volta la schiaffeggiò:
“Non dire bestialità. Siamo solo noi e il sole. Non siamo come la gente pallida e ricca che pretende di comprarsi il sole.
Il sole non è un’indulgenza in saldo. E il prossimo passo quale sarebbe? Iscriverti ad una scuola privata?”

Adriana si diresse verso la sua camera come un morto verso il plotone.
Stava al buio con una sola candela.
Fece gocciolare la cera bollente sulla sua pelle, come se fosse Chanel.
Pensò: “Mi brucerò viva finchè non sarò cenere, cenere nerissima, così saranno fieri di me”.
Investita da brividi di freddo le venne un’idea:
“Mi costuirò delle ali di cera ed entrerò nel sole!”

Nessuno la vide ma Adriana quella notte volò davvero verso il sole. Urlava i peggiori insulti contro la sfera abbronzante. Rideva e si squagliava insieme alle sue ali di cera.

La mattina seguente il padre si preoccupò non vedendola a colazione.
Tutta la famiglia andò in camera sua, ma Adriana non era lì.
Nel centro della sua stanza c’era un cumulo di cenere.
Era la cenere più bianca di sempre.

Non facciamone un dramma. (di Syrys)

Al caro Amleto Principe di Danimarca.
Questo è un biglietto di addio. Ho bisogno di prendermi i miei spazi e di capire realmente cosa voglio dalla vita, dato che cosa non voglio ho avuto modo di appurarlo in questi ultimi tempi.
Me ne vado, di certo non in convento, per sottrarmi al desiderio di potere di mio padre e mio fratello che vorrebbero a tutti i costi ci mettessimo insieme ma soprattutto per liberarmi della tua nefasta influenza; il tuo amore è come le sabbie mobili e sono sicura che andando avanti finirei per rimanerci talmente invischiata da soffocare.
Sei noioso, sai? Non ti va mai bene nulla, parli da solo, non mi porti mai a fare una passeggiata, né sotto il sole né al chiaro di luna. Quando vai in giro, rigorosamente di notte come i vampiri, non trovi di meglio da fare che andare a disseppellire il teschio del povero Yorick che, ora posso dirtelo, non ti ha mai potuto soffrire perché eri l’unico di tutta la famiglia che non rideva mai alle sue battute, rendendogli impossibile e odioso anche il sul lavoro. Perfino i tuoi migliori amici Rosencrantz e Guildenstern sono morti di sbadigli l’ultima volta che vi siete visti. Mi han detto che hai cominciato, come al solito, con le tue inutili discussioni astratte e che ad un certo punto hanno addirittura pensato fossi completamente impazzito. Per non parlare di quello che vociferano le guardie, che ti sentono la notte passeggiare sul camminamento delle mura intento in conciliaboli lugubri col fantasma di tuo padre!
In più non posso proprio continuare a sopportare l’attaccamento morboso che hai per tua mamma che, poveraccia, una volta vedova ha commesso l’unico crimine di volersi rifare una vita invece di impersonare la vedova inconsolabile fino a morir d’inedia e depressione.
Non so se ti sei reso conto che non ti va bene nessuno in tutto il castello e che di tutto e tutti sei pronto a dir peste e corna.
Sai? Sono riuscita a sbirciare il finale della nostra storia e devo dire che non mi è piaciuto per niente, quindi ti do un consiglio: cambia registro, fatti una bella passeggiata al sole, vai in vacanza al mare ma smettila con queste stupidaggini tetre e pericolose! Per parte mia non ho nessuna intenzione di affogarmi né per te né per nessun altro, voglio una famiglia dei figli e vivere il più contenta possibile col qualcuno che ami me e non un personaggio irreale.
Forse te lo sarai immaginato leggendo queste righe ma voglio esser sincera fino in fondo con te: ho conosciuto un ragazzo, un italiano, si chiama Mercuzio e abita nel testo accanto al nostro. Anche lui ha letto come finisce la sua storia e non ne è entusiasta quindi mi ha proposto di fuggire insieme a Firenze, lontano dai suoi e dai miei. E’ dolce e spiritoso e con lui mi diverto un mondo, andiamo a spasso per giardini e ci facciamo un sacco di risate. Non so se è davvero l’uomo della mia vita ma per adesso sto meglio con lui che con te e almeno tra noi due non ci sono finali già scritti. Adesso devo proprio scappare prima che mio padre e mio fratello si sveglino, il mio cavaliere mi aspetta a pagina 100.
Un’ultima cosa, voglio che tu sappia che ti ho voluto bene anche se sei insopportabile, per questo ho perso tempo a scriverti.
Ti auguro di cambiare anche il tuo finale e di trovare finalmente un po’ di pace.
Un abbraccio. Ofelia.

A…B…C… (di Demerzelev)

“Allora, cosa volete sapere? Amore, salute, lavoro?”

La lampada gettava un cono preciso di luce sul tavolo in mogano al centro della stanza, sulla quale pesava una sensazione d’irreversibilità come se ci si trovasse all’interno di un’urna. Tutto intorno una penombra da parchetto market di spaccio rendeva le pareti indistinguibili e lontane. Solo l’odore di umido straccio rendeva chiaro che si trattasse di una cantina.

Nessuno dei tre aveva voglia di scherzare. Sapevano tutti il motivo per cui si svolgeva quella seduta. Il medium guardò ad uno ad uno i volti tesi e sciupati degli uomini che sedevano al suo tavolo. Fra le mani teneva una mutandina rosa, sporca di sangue, stracciata. Se la strofinava voluttuosamente fra le dita come ad assaporare una reminiscente consistenza carnosa. Nell’osservare quei tre in evidente difficoltà gli si era aperto un sorriso gelatinoso che mescolava sul suo volto le decine di nei, porri, protuberanze, pustole, cicatrici, cisti ed macchie varie tanto che si sarebbe giurato di vederle muoversi sulla sua pelle scura e lucida come una prugna e ridisporsi in un ordine nuovo, a formare una purulenta maschera di Rorschach sempre diversa.

“Vogliamo sapere cosa dobbiamo fare.” A parlare era l’uomo al centro, il più giovanile, capelli brizzolati alla fibra d’amianto e le sopracciglia folte come il pelo di un ratto.

“Esatto, non siamo mica qui a fare il gioco delle tre carte.” Fece eco l’uomo a sinistra. Era il più vecchio dei tre ma non se ne faceva un problema e sotto un’ampia pelata a uovo che gli lasciava solo un nido di capelli ai lati aveva un volto simile a quello di un gufo perennemente indispettito.

“E noi infatti non faremo il gioco delle tre carte.” Gli rispose calmo il medium.

“Dobbiamo metterci in contatto con uno spirito guida che ci illumini la strada.” Il terzo era quello nuovo, si vedeva dall’impaccio nei movimenti e rigidità nella postura. Con lui il buio era stato decisamente clemente, nascondendo un viso per cui Lon Chaney avrebbe potuto vincere l’Oscar.

“Bene bene, quanta irruenza.” Disse la faccia a minestrone, leccandosi in un baleno il labbro superiore. “Vi vedo molto angustiati.”

“Esatto, quindi cominciamo.” Gli rispose testa di asbesto. “Prima che cambi idea.” Nel guardarsi attorno vide su di un mobile quello che nella semioscurità sembrava il modellino di una villa di montagna. “Questo posto mette i brividi.”

“Abbiate fiducia. E ditemi: chi volete chiamare?”

“Qualcuno che sappia gestire questa ondata di esagitati digitali, i social bloggher, i democratici internettiani!” Fece il bozzetto scartato di Frankenstein.

“Si ma chi?”

“Il primo di tutti: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella.” Precisò il rapace notturno con una soddisfazione di un metal nerd che enumera tutti gli album degli Black Sabbath.

“Va bene, si può fare.” La dadolata di nei mise le mutandine da parte, a malincuore.

“Allora cosa stiamo aspettando?” Asbesto era impaziente.

“Siamo pronti: prendiamoci tutti per mano, chiudete gli occhi, cominciamo la sintonizzazione.”

Cosa sia passato di lurido da quelle mani negli anni è impossibile descriverlo tutto in un racconto da leggere al computer come questo, per il bene dei vostri occhi e della vostra vita sociale. Posso solo dire che in quel momento, in quella stanza, quei quattro stavano facendo fluire attraverso i loro corpi una fortissima energia massmedianica, roba che se il medium non fosse stato esperto e già masturbato avrebbero potuto anche prendere dal satellite i canali snuff criptati.

Sul tavolo era stato aperto un abbecedario con sopra una miniatura del Duomo di Milano, lo spirito avrebbe comunicato coi vivi muovendola sulle lettere con la forza della sua energia telecinetica. Per semplificarvi la lettura, laddove è possibile, scriverò la frase direttamente come è stata composta.

La statuetta mosse i suoi primi passi: “Chi mi cerca?”

“Siamo noi, Conte, a cercarti, tuoi umili servi.” Dei quattro da questo momento in poi sarà solo il medium a parlare, gli altri dopo aver riaperto gli occhi ascolteranno in silenzio per non confondere il nume e rischiare di interrompere il contatto.

“Ah sei tu? Cosa vuoi ancora? Non ti è bastato il cadavere di quel bambino che ti ho fatto scoprire ieri?” La miniatura del Duomo schizzava da una parte all’altra come fosse un’anguilla a possederla.

“Ehm, non so di cosa parla.” I tre puntarono gli occhi sul medium, i cui nei per l’emozione si erano disposti a forma di goccialona di sudore sulla tempia. In realtà il loro sguardo non era di stupore, quanto d’impazienza. Lui se ne accorse e un poco sollevato riprese a parlare.

“Scusate, Conte, se le faccio questa domanda impertinente, ma capirà che in queste cose è meglio essere chiari: lei è lo spirito di Camillo Benso, vero?”

“Certo che no, sono quello di Giulio Andreotti.” Il souvenir questa volta si era mosso quasi a rallenty per dare pathos alla rivelazione. La catena energetica per poco non si spezzò in un balzo.

“Presidente ma ho parlato con lei ieri sera al telefono lei non può…” Mentre pronunciava queste parole il medium collegò. “Ma lei… allora… è morto?”

“Ma no! Solo i vivi possono morire. Io esisto e questo è un fatto fuori dal tempo e dallo spazio. Ovunque e per sempre. Può morire il mio involucro, certo, e mi spiacerebbe: così umile, così sicuro, così inviolabile. Ma questo non vuol dire che io smetterei di esistere. Ora, per favore, ditemi cosa volete che ho una partita a gin in rete fra dieci minuti.”

I presenti, quelli in carne e ossa, erano sconvolti dalle parole composte dalla statuetta tarantolata, l’unica a sembrare viva in quella stanza. Ma rimanevano ancora ansiosi di ricevere indicazioni.

“Ecco, vedi questi nostri fratelli qui? Sono pieni di angosce per il loro futuro politico e sono venuti qui per avere consigli sul da fare in un momento così difficile. Puoi, nella tua magnanimità, aiutarli, o divino Giulio?” Quell’enigma dermatologico aveva tanti difetti, ma come latore sapeva essere stucchevolmente sdolcinato.

“Certo, conosco bene questi problemi, ho passato anche io momenti del genere.” Una certa distensione si sciolse nella stanza e nel cerchio umano.

“Prestate quindi bene attenzione a quello che adesso vi dirò perché non mi ripeterò, ma se fate come vi dico non avrete più di che preoccuparvi.” Allora i quattro uomini, sempre mantenendo saldo il legame psichico, si avvicinarono, fino a quasi toccarla, alla strisciante miniatura della cattedrale wireless. Queste furono le lettere su cui si posò, lentamente, come fossero i passi di una tenera milonga inudibile:

B…

A…

C…

I…

A…

T…

E…

M…

I…

I…

L…

C…

U…

L…

O…

!

La presenza poi si dissolse, lasciando dietro di sè solo un peto di zolfo e il ricordo immobile. In silenzio la catena si era spezzata, gli uomini presero ognuno per sè a meditare su quelle parole, tornando a fissare con lo sguardo l’abbecedario. Adesso era il medium ad apparire nervoso e dopo aver preso dal mobile il modellino della casa di montagna se lo mise sulle gambe ad accarezzarlo come un gatto antistress. Dopo qualche istante il giovane fantasma dell’opera uscì dal torpore, cercò i suoi sodali con gli occhi e disse “Beh! Si può fare.” Accompagnando la sentenza allargando le mani in un gesto che significa accettazione di qualunque tiro mancino ti abbia combinato il destino. Gli altri si affrettarono a concordare, segno che le loro valutazioni avevano portato alla stessa conclusione. La seduta quindi era finita e i tre si potevano alzare parlottando soddisfatti. Il medium invece stava sudando nervosamente e nessuno di loro seppe dire se era il lamento di un gatto o di un bambino quello che si sentì all’improvviso provenire dall’interno del tetro modellino appollaiato.

Amniotico (di Demerzelev)

L’imperatore si svegliò e per alzarsi dal suo giaciglio al liquido amniotico chiese una mano al direttore generale della banca centrale, il quale dopo aver offerto solidarietà al monarca si prese la soddisfazione di annusarsi le dita. Odore di regalità.

L’imperatore sapeva di essere lì per un motivo ben preciso: era il più conveniente sulla piazza. Non aveva tante pretese e non costava troppo, permetteva discreti profitti e accordava puntuali privilegi. Il direttore generale della banca centrale aveva scelto bene il suo investimento, come sempre.

La mattina continuava con la visita del Supervescovo. Dopo lunghe prosternazioni che lo facevano assomigliare più a un mendicante sugli scalini che al capo della chiesa, prese a svelare le sue richieste economiche. Le manipolazioni mentali di cui erano capaci quelle mani solo all’apparenza rachitiche rendevano ogni suo disagio una priorità dell’impero.

Si avvicinò a quel gruppo anche il Giudice Supremo. Uomo di poche parole, schivo, la mano lesta della legge. Il suo compito era quello di far applicare le regole ingiuste, le leggi illegali, gli accordi falsi, i contratti criminali. Svolgeva il suo compito con precisione e professionalità. Era un duro, un vero diritto.

Nel frattempo era giunta l’imperatrice e all’imperatore seduto sul trono di carta igenica aveva cominciato a praticare la quotidiana masturbazione e fellazio. La sua influenza sulla politica dell’impero era così garantita a livello venereo. Il resto del giorno si dedicava ad ogni tipo di capriccio. Come quota rosa era pragmatica.

Annunciati si presentarono anche i Generali dell’Esercito, quello Interno e quello Esterno. Erano due gemelli, due linfociti identici differenti solo per le mansioni a cui erano stati affidati, sui quali i peggiori scienziati politici avevano accanito i loro studi, riportando svariate ferite e ossa rotte. Diceria vuole che di tanto in tanto si scambiassero segretamente i ruoli, ma nessuno è mai arrivato vivo a dimostrarlo.

Infine, quando la stanza regale era ormai quasi giunta al colmo, arrivò il Redatore dell’Informazione. Era lui spesso l’anima della festa. Presenza in 3d, pensiero veloce, voce dolby surround, stavolta il suo gioco prevedeva un ospite. Lo presentò, gli altri ne furono stupiti e divertiti.

Un uomo di popolo, ovvero una persona senza particolare potere, senza particolari agganci, senza particolari link nella ricerca del suo nome, un uomo anonimo minimo comune denominatore. Un uomo rabbioso e spaventato.

Il primo a spingerlo fu proprio il Redatore dell’Informazione, che lo passò al Generale dell’Interno, il quale lo diede al Generale dell’Esterno con un’altro spintone, sempre più forte. Sembrava un’azione del Barcellona in contropiede, e a ogni spinta l’uomo popolo perdeva l’equilibrio e sarebbe caduto a terra se non fosse arrivata puntuale un’altra spinta. Si passò al Supervescovo, che come la pallina di un flipper lo fece rimbalzare verso il Direttore Generale della Banca Centrale. Ancora, come una palla bianca in mezzo alle sponde di un biliardo venne spinto verso la Quota Rosa e da lei finì davanti al Sovrano.

“E’ stato lui!” Disse il Redatore “E’ stato lui!” gli corrisposero in coro i Generali “E’ stato lui!” via via tutti i gerarchi presenti chiamavano in causa il Sovrano in quel perverso gioco della responsabilità. “Schiaffio! Schiaffo!” i cori proseguivano incalzanti. Il Sovrano, nudo, e l’uomo popolo frastornato, stavano l’uno davanti all’altro. Due mani si alzarono, ma solo una guancia schioccò. Il lento sovrano accusò il colpo, la platea scoppiò a ridere.

L’uomo popolo che in realtà si chiama Ugo tornò a casa dove lo aspettava una donna popolo, che in realtà si chiamava Pina. Quando lo vide sulla porta lei scoppiò in lacrime. “Ho dato uno schiaffo al regime.” Disse lui, atterrito. Le ferite e i lividi gli gonfiavano il corpo. Morì la notte stessa, per quella che i medici chiamarono una terribile influenza.

Evasione (di Tabagista)

Uno scarafaggio è in una cella di un carcere italiano.
Si trova lì da quattro mesi in attesa del processo, non sa neanche di cosa è accusato.
E la cosa ironica è che non ha mai letto Kafka.

Nell’istituto penitenziario “Dei delitti e delle pene” stanno perquisendo il nuovo arrivato.
Una guardia indossa un guanto di lattice e gli ispeziona la cavità anale.
All’interno trova la sua dignità. “Questa deve lasciarla qui, non può portarla dentro”.

Il detenuto viene portato dallo psicologo per il colloquio.
Lo psicologo è chiaro: “Detenuto, la sua cella è troppo piccola, dovrà lasciare qui in infermeria le foto, i libri e il suo es”.

Lo Stato ha appaltato ad una società privata la gestione della mente dei detenuti in isolamento.

-Decimo giorno di isolamento.

Il detenuto percorre il miglio che lo separa dall’infermeria alla cella.
Gli altri detenuti urlano: “uomo vivo che cammina!”
L’uomo vivo entra nella cella. Il ministro ha portato il lenzuolo, una guardia lo annoda a mò di cappio e lo porge al detenuto, il cappellano gli accarezza la fronte, paterno.
Il direttore del carcere posa in terra una pila di scartoffie, il detenuto ci sale su e lega il lenzuolo alle inferriate della finestra.
Senza pensarci troppo sposta con i piedi le scartoffie e rimane sospeso.
Il direttore suda, annaspa, si allenta la cravatta troppo stretta, si affatica a firmare tutte le scartoffie prima del decesso.
Il detenuto non si decide a morire, si sta strozzando ma l’osso del collo non si rompe.
Il medico del carcere è lì, il detenuto lo fissa come se invocasse un suo gesto di clemenza, un’iniezione, un qualcosa che metta fine all’agonia.
Ma il medico non può, è un obiettore di coscienza.
“Non posso intromettermi, la volontà di Dio faccia il suo corso”, il cappellano annuisce.
Dopo quindici minuti di agonia, il detenuto muore.

Il cadavere viene portato in infermeria. “Peccato, qualche minuto prima e l’avremmo potuto salvare” osserva un infermiere. L’infermeria è piena, a molti è stata diagnosticata una grave forma di Fini-Giovanardi.

Il detenuto sente i rumori dei cancelli che si aprono.
Ma non sono quelli del carcere, sono quelli di San Pietro.
Un attore di uno spot gli offre un caffè.
Il detenuto lo assaggia, finge di apprezzare ma pensa: “Solo in carcere lo sanno fare”.
E’ un intermezzo stupido. La ditta appaltatrice dei deliri piazza pure degli spot tra una visione e l’altra.

I familiari potranno vedere il detenuto morto negli orari di colloquio. Ma da dietro una teca, un vetro divisore.

-Trentatreesimo giorno di isolamento.

Il detenuto vede un giudice di una serie tv americana che con il suo martelletto crocefigge Gesù.
“Condannato”. Pilato si lava le mani nella fonte battesimale.
Il pubblico pagante osserva, si indigna, aderisce a gruppi su facebook per salvare il nazareno.
Il loro peccato originale è caduto in prescrizione.
L’uomo più indignato si alza e attacca alla fronte del nazareno un post it con su scritto: “I.N.R.I.”
Aggravante: il detenuto nazareno partecipò alla rivolta del carcere. Testimoni lo videro sbattere il suo santo Graal sulle sbarre svariate volte.
Gesù chiede di parlare, ma si rifiuta di giurare sulla Bibbia. Per farsi due risate e umiliarlo un po’ i giudici lo costringono a giurare sul “Codice da Vinci”.
Al nazareno viene concesso all’istante l’ultimo aperitivo prima della condanna.
Il condannato beve e s’abbuffa senza ritegno. Leonardo da Vinci, il disegnatore del tribunale, dipinge l’ultimo aperitivo.
Ogni dattilografo del tribunale scrive la sua versione dei fatti, ma è la realtà ad essere apocrifa.

Un detenuto musulmano si incazza per questa visione.
La ditta che ha vinto l’appalto dei deliri dei detenuti non rispetta le altre religioni. “Voglio una visione col profeta Mohammed!”
La ditta si scusa, comunica che sta lavorando a dei prodotti anche per quel target di detenuti.

-Ottantaseiesimo giorno di isolamento.

Nella cella sta per iniziare un dibattito sulla questione delle carceri.
Modera lo stesso detetenuto che esordisce:
“Buonasera, stasera grandi ospiti: la muffa sul soffitto, un mister Jingles provinciale che non sa fare nessun giochetto,
il signor Ex Cirielli, un’infermiera molto carina e gentile che vidi il mio primo giorno di galera, una guardia penitenziaria che si tolse la vita due annni fa,
Bill Murray con i capelli bianchi che ride (è l’ultima cosa che ricordo prima dell’overdose), mio figlio che non vedo da quattro anni e un bravo avvocato che non posso permettermi”.
Parte una pubblicità di lacci di scarpe, lamette da barba e telefonini, tutte cose che il detenuto non può avere in cella.
“Dalla regia ci informano che mio figlio non può essere con noi stasera, la madre non ha acconsentito”.
Inizia il dibattito. La muffa sul soffitto è eloquente, il signor Ex Cirielli non esiste, non è neanche un nome, l’infermiera non è mai esistita, il cachet di Bill Murray è troppo alto e questa sceneggiatura è troppo modesta per lui.
Dall’inizio dell’anno ci sono stati 17 suicidi in carcere.
La guardia morta suicida non c’è, sta assistendo al plotone di suicidi. Ventinove detenuti cadono uno dopo l’altro, come un domino.
La guardia si porta il lavoro a casa, prepara il cappio, sale sul libro “Dei delitti e delle pene” di Beccaria, calcia il libro e chiude il domino.
Uccidersi a casa è gentile nei confronti dei colleghi. Il problema non è più del penitenziario, niente scartoffie.
“Il bravo avvocato che non posso permettermi” ovviamente non può essere presente al dibattito, al posto suo però c’è l’avvocato d’ufficio, ma è muto.
Intanto il mister Jingles provinciale e senza talento è immobile, guarda il detenuto, sembra dirgli “cosa ti aspetti da me, dei numeri da circo? Confidi più in me che nel tuo avvocato.”
Detto questo, il topo senza talento rosicchia un pezzo di muro.

-Modeste proposte.

Il carcere è sovraffollato. Sembra un tetris umano. Ogni tanto qualche mattoncino del tetris scompare perché ha finito di scontare la pena, o perché è morto.
Quando succede il carcere guadagna punti e si torna a respirare.
E’ un sistema che si autoregola.
Non è mai successo che i corpi del tetris arrivassero fino in cima, il gioco non può finire.

Nel caso è previsto un Piano b contro il sovraffollamento: i detenuti saranno trasferiti fuori dalle carceri, i cittadini rispettabili si rifugeranno nei penitenziari.
Da sempre i cittadini rinunciano a un po’ di libertà per più sicurezza. Stavolta si tratterebbe di rinunciare assolutamente alla libertà, per un’assoluta sicurezza. Chi terrà una cattiva condotta all’interno del carcere sarà punito con l’ora d’aria.

-Reinserimento.

Una cella si apre, il detenuto non riesce neanche ad aprire gli occhi, sente solo:
“Detenuto, l’isolamento è finito, può uscire”.

L’arrosto di mamma (di Martina Di Renzo)

Un sentore l’aveva avuto, a dire la verità, e non era l’assenza di romanticherie, fiori, smancerie durante il loro troppo breve fidanzamento, non era il leggere sempre il giornale a tavola, il non mangiare quello che cucinava lei perché non gli piaceva, il dimenticarsi già di tutti gli anniversari e compleanni, il passare le domeniche con i postumi di sbornia eccetera, non era quello perché alla fine di tutto si era troppro presi tra lavoro e la casa nuova da sistemare, ci si vedeva poco e la vita era frenetica, no, non era neanche quello, le cose miglioreranno si diceva, non appena troviamo casa e facciamo famiglia. No, non era quello. Era quella frase buttata lì dopo qualche settimana dal matrimonio, quelle nozze stressanti in cui avevano dovuto far contenti tutti e quelle foto in cui non sorridevano mai, neanche quello, no, era stata quella volta in cui all’improvviso lui se ne uscì con il famoso (anzi, famigerato) mia madre non ha mai contraddetto mio padre, mai una volta. Solo perché lei aveva detto che quell’automobile non era poi così male, a lui non piaceva e la trovava difficile da guidare, ma lei l’aveva provata e l’aveva trovata comoda, gliel’aveva detto e lui non contraddirmi così, mia madre non l’ha mai fatto con mio padre.
Ecco un po’ si era sentita a disagio ma che fare, si erano appena sposati, forse lui si doveva abituare a lei. Ecco, abituare. Lei era un po’ diversa da sua madre, più piccola, sottile e fragile mentre la suocera era quel donnone, sembrava un po’ una giumenca e uno se la sarebbe aspettata forte ma invece era così remissiva. Non contraddiceva mai nessuno. Non aveva le sue opinioni, che erano irrilevanti.
Poi arrivò la questione della cucina. Ecco lei ci teneva al cibo sano e alla cucina del paese da cui proveniva ma a lui non piaceva, diceva, perché non impari a fare l’arrosto di agnello come mia madre? perché non friggi niente, perché non usi burro? e lei che voleva compiacerlo ci provò a cimentarsi in quella cucina aliena, innaturale, che proprio non le piaceva. Ma qualcuno doveva cedere, no?
Si accorse a poco a poco, soprattutto dopo che arrivarono i bambini, che a lui non stava bene che lei si occupasse totalmente di quei due figli che non avevano nessun altro. Anche lui voleva essere accudito. Si vergognava della sua fragilità, fisica e mentale. Si vegonava di dirgli che era stanca e in casa non ci voleva stare, che voleva lavorare.
Perché non cerchi un po’ di essere come mia madre?
La paura di non compiacerlo, di non essere in grado abbastanza. E lo accontentò.
Lui si sistemò nella bella camera da letto di sopra e lei, la nuova madre, nella brandina al piano di sotto, con i bambini. Non si divide un talamo di sensualità con la madre, vero? Smise di esistere. Diventò invisibile. Perché non hai pulito questa stanza oggi? Perché ho risposto all’inserzione di lavoro, perché stavo leggendo… Non perdere tempo con il lavoro, mia madre non lavorava, non c’è nessun altro qui che può aiutarti, pulisci piustosto e impara a fare quell’arrosto.
Forse forse… se avesse cercato di assomigliare a sua madre anche fisicamente lui l’avrebbe notata. L’avrebbe rispettata. Era piccola, fragile, allora mise su peso, tanto peso. Ecco, guarda, sto diventando una giumenca anch’io…
Guarda come ti sei ridotta e quella fu l’unica volta che la notò perché lei da sola non si notava, non si guardava allo specchio perché la sua immagine riflessa le faceva orrore, perché non era lei quell’estranea dai vestiti dimessi e logori sul corpo informe, dalle occhiaie sul volto gonfio, dai capelli trascurati. Eppure voleva essere come quella madre. Voleva essere la madre. Forse l’avrebbe amata. Certo non come un’amante, la madre non è un’amante. Ma qualsiasi tipo di amore sarebbe andato bene.
Era l’arrosto. Ecco, era colpa sua come al solito, non aveva imparato a fare l’arrosto a dovere. Ecco perché lui non la notava, ecco perché nonostante la mole era diventata trasparente. Beh, lo era sempre stata. Anche i figli erano trasparenti. Perché papà non gioca mai con noi? Perché è impegnato. Perché lavora. Perché quando torna dal lavoro è stanco e vuole leggere il giornale.
Magari con l’arrosto… e ci si mise di buzzo buono. Sperimentò, un’intero gregge di agnelli ne pagò le conseguenze. Lui assaggiava distratto, da dietro il giornale. La salsa non è buona. E le patate… non hanno la consistenza giusta. Mia madre le fa meglio.
E allora migliorò la salsa. Con quell’ingrediente speciale. Lui non se ne accorse, giorno dopo giorno assaggiava i tentativi e le diceva che sì, finalmente cominciava un po’ a cucinare come sua madre.
Si compiacque. Aspettava che l’arsenico che aggiungeva alla ricetta a piccole dosi incrementali cominciasse a fare effetto. Certo che si era data da fare per trovare quell’ingrediente speciale, e lui che pensava che passasse tutto quel tempo su Internet a cercare nuove ricette.
Di lì a poco la trasformazione sarebbe stata perfetta. E mentre da dietro il giornale gustava l’arrosto e le patate lei pensava che, ogni giorno di più, lui assomigliava sempre di più al suocero.

Quarta parete (di Syrys)

“Pronto? Oh, ciao. No, non disturbi, sono a teatro… Sì, lo spettacolo non è male…”
Un’attrice in quel momento declamava il proprio monologo, istintivamente si girò, guardò la signora in terza fila, prese un mattone dalla quarta parete e la centrò in pieno lasciandola attonita e ammaccata ma finalmente muta.

Snoopy al parco (di Tabagista)

Maurizio dormiva beato sulla solita panchina.
Un vecchio lercio e barbuto gli si avvicinò e cominciò a leccargli la faccia.
Maurizio aprì gli occhi come una bella addormentata baciata dal principe azzurro, ebbe un sussulto e cadde dalla panchina.
Si ricordò di trovarsi in un parco, non si era ancora abituato, ad ogni risveglio un rinnovato stupore.
Si accorse di essere senza scarpe.
Il vecchio era fuggito via con il sonno, il sapore e le scarpe di Maurizio.
Maurizio aveva una trentina d’anni e nonostante vestiti logori, barba e capelli lunghi conservava un aspetto borghesemente passabile.
C’era gente che per avere un look finto trasandato come quello rimaneva ore in bagno ad arruffarsi i capelli e a provare delle smorfie.
Maurizio era solito girare con un telecomando senza pile salvato da un cassonetto e divertirsi a regolare la temperatura di casa puntandolo al cielo.
Il parco era enorme e densamente abitato. Sotto ogni panchina c’era uno zerbino con una scritta simpatica e una chiave nascosta sotto un vaso.
Intanto l’altra vegetazione ricopriva il parco libera e selvaggia senza essere costretta dentro vasi.
Persone trasandate con la barba lunga reggevano disperati fogli di cartone che recitavano:
“Vi prego, se serve aiuto non esitate a chiedere. Vi prego, per qualunque cosa sono qui”.
Erano le undici del mattino, gli abitanti delle panchine dormivano ancora, anche perchè era domenica mattina.
Aveva la schiena a pezzi, non si era ancora abituato a dormire sulle panchine.
Faceva freddo, lo spettacolo floreale del parco lo consolava, ma non abbastanza. Come se tutti i condannati a morte venissero giustiziati in una stupenda isola caraibica.
Gli indigeni che ti danno il benvenuto mettendoti al collo mortuarie corone di fiori.
Cocktail sulla spiaggia con siringhe dell’iniezione letale come ombrellini.
Plotoni d’esecuzione che ti sventolano sulla faccia fucili come palme.
No, stava esagerando la natura era rigogliosa, gli alberi in fiore, stava bene.

Da qualche settimana non vedeva Marinella.
Marinella aveva gli occhi di un piccione malato, conoscerla era stato come trovare un inatteso tesoro, metà pizza, o un fiore, dentro un cassonetto.
Ci si perdeva tra la natura rigogliosa dei suoi peli pubici.
Ci si perdeva come nel labirinto di siepi di Shining.
L’ultima notte avevano dormito insieme abbracciati sulla panchina per difendersi dal freddo e dai ladri di scarpe.
Quella notte chiusero gli occhi insieme sussurrando Piazza Grande: “A modo mio, avrei bisogno di carezze anch’io”.
Dormirono insieme senza fare l’amore.
Era una cara ragazza.
Il beagle di Marinella stava sdraiato in equilibrio su una cuccia di cartone, proprio come Snoopy.
Giaceva  morto in quella posizione da qualche giorno. Cominciava a puzzare.

Con tutto il rispetto per Marinella e per l’amore in generale adesso provava sensazioni più intense e ugualmente primitive: aveva fame e soprattutto sentiva molto freddo.
Maurizio fece qualche metro ed entrò in casa.
Indossò le pantofole pelose, la vestaglia con le iniziali del padre e corse diritto in cucina dove lo aspettava una tavola imbandita per la prima colazione. Con la bocca piena,  sputacchiando pezzi di croissant farfugliò:
“Damiano, ho detto ai barboni del parco di spaventarmi, ma senza toccarmi.
Uno è uscito di testa e mi ha leccato la faccia. Esigo che lo redarguisca”.
“Sarà fatto, signorino”, rispose il maggiordomo.

Maurizio prese una scala, salì sul tetto della sua villa e si stese a pancia in su, proprio come Snoopy.
Con gli occhi chiusi per la vergogna bisbigliò: “Il cielo stellato sopra di me, la noia dentro di me” e rise con disperazione.