di Lunedì partiamo

Un pezzo di Lucowski senza titolo tratto dal suo blog:
nonciprovare.iobloggo.com

spingi la pianta dei piedi contro il suolo e correggi la tua immagine di te stesso:
sei puntato contemporaneamente in due direzioni opposte
cerchi un centro che ti respinge, respingi un centro che ti cerca
sei appeso alla terra scimmiescamente, non meno capovolto che vittima di un’entelechia e
non è concesso a nessuno il ristoro della stasi perché tutto questo è costrizione a gravitare
movimento senza sosta di tutto ciò che è immobile e sei
la sbalordita figura che distorce la realtà figurando ferma se stessa
non ci siamo divertiti abbastanza?
in tutto questo disordine non c’è una certa gloria? non è bello immaginare
il termine della vibrazione sottesa al dinamismo,
ciò che non avrà luogo?

-quello che ti sta succedendo è che hai un’idea in testa e non riesci a parlarne, come al solito.
-moishe pipik saprebbe dirlo, saprebbe darsi allo sproloquio.
-c’era una ragazza ebrea nella stanza del ragazzo gentile.
-ricordo che lei gli leggeva cioran ad alta voce.
-lui non era mai stato a praga, non ricordava l’anno dei fatti d’ungheria.
-aveva bene a mente l’anno di uscita del gargantua, tuttavia.
-tuttavia non sapeva che farsene, mentre la ragazza ebrea metteva ordine nel linguaggio acconciandogli il mondo per permettergli di sentire che aveva la testa in alto e il corpicino verticale.
-la mia necessità di concepire un ordine spaziale spesso è tutto quello che ho.
-ma è falso, se ci pensi bene, se ci pensi sul serio.
-pensare che si possa pensare sul serio non è un po’ come illudersi di poter distinguere il sopra e il sotto del pianeta terra?
-in australia tengono le cartine capovolte, in realtà siamo noi ad aver capovolto i loro planisferi.
-non direi. alla fine dei conti la cartografia l’hanno imparata da noi. quindi possiamo a buon diritto rivendicare la primogenitura prospettica, il nostro punto, il cuore del disagio di non potersi stabilmente collocare in ogni cosmo post-tolemaico, il riverbero d’angoscia che emana dalle nostre anime in divorzio che nascono sposate all’assoluto e sono poi per tutta la vita costrette a congiungersi con la vicissitudinaria strana vicenda della forma in costante divenire.
-tutto ci ribolle attorno e si congela, mentre portiamo dentro la sensazione fantasma di un tepore costante che non abbiamo mai conosciuto.
-tempera, o signore, la mia ossuta fornace. restituiscimi allo splendore imperituro del luogo geometrico.
-sciogli l’intreccio o concedimi un amico narratore.
-ma è falso, se ci pensi bene. se ci pensi sul serio. questa tua spaventata ambizione, questo musicare la vita intangibile, questo irrorare l’esattezza di analogia e ammantare di intagibilità ciò che mai smette di toccarti…
-quello a cui appartieni e in cui non ti riconosci, ciò in cui ti riconosci e che ti possiede, quello che ti possiede e a cui non ambivi, questo e quest’altro e la denegazione che non nega mai davvero.
-avremmo pudore a cancellare il segno che calvino ha lasciato nello spazio?
-lui ne avrebbe?
-attraversava le strade scartando di lato, facendo diagonali dove gli altri non vedevano che parallele.
-e con questo? non gettava il corpo nella lotta. non è mai stato davvero dilaniato dalla geometria. a che pro constatare l’esistenza armati di righello e compasso, se si finge poi di poterne uscire puliti?
-tutto questo non lo puoi sapere.
-so cosa lui vorrebbe io credessi di sapere.
-la sua necessita di concepire un ordine spaziale, magari, a volte, era tutto quello che gli restava.
-pensa a te stesso, senti te stesso. pianta i piedi sul pavimento e spingi verso il basso. sentirai la terra infuocata al suo centro restituirti la spinta senza moltiplicarla, sentirai la tremenda sguaiata innocenza di tutto questo e saprai di essere una macchina elaboratrice di semplificazioni indecenti.
-universi, campi mentali e relazioni magnetiche, amori caduchi tra gli elettroni, ambizioni metafisiche e discernimento…
-separa, ama e conquista alla tua mente ciò a cui il corpo non può ambire.
-sono una pallina da flipper che danza nella scia di sfere più grandi, minacciose, entusiasmo delle galassie, cosmogonie di tutti i giorni per la salute pubblica, su larga scala. se ci fosse qualcosa a cui il corpo non può ambire, il corpo non avrebbe prodotto da sé la mente che gli appartiene.
-è un artefatto della ragione, la ragione è un artefatto.
-non è il caso di disprezzare…
-il raziocinio. lo so. l’avete tirata in lungo e in largo per cinque millenni, con il vostro raziocinio. e dove vi ha portato?
-non cominciare con la storia delle camere a gas non mi nominare il tibet non guardare fuori dalla finestra mentre scrivi non sei mai stato in comunicazione reale con nessun altro mondo guarda questa scimmia eludi senza evadere, prova a essere presente a te stesso ed esegui il tracciato del tuo falso movimento nel falso movimento del disegno che ti contiene e non sai di che si tratta, nessuno ha mai saputo di che si tratta nessuno ha mai saputo di cosa si tratta nessuno conosce la distinzione tra teoresi ed ecolalia fanno solo tutti finta questa dissoluzione questo abnorme estendersi dell’uso di deittici che non hanno un referente….
-prendimi quel libro.
-questo cartesio? sempre questo cartesio? tracciare e disquisire, sempre tracciare e disquisire. non ne posso più. tieni questo cazzo di libro e non mettermelo mai più sotto gli occhi. prendi il libro.
-mi pare che un referente ci sia. come la mettiamo? il libro me lo hai dato!
-il mio problema di posizionamento si articola su piani leggermente superiori, non ti pare?
-dove eri tu mentre quello ai piani leggermente superiori separava l’acqua dalle nuvole e delle nuvole faceva di nuovo acqua?
-dove era lui, vorrai dire!
-no, no. dove eri tu, minuscola capocchia di spillo su cui non balla nessun angelo! dove eri tu?
-stavo scrivendo la bibbia, io.

Annunci